Mario Nigro

Mario Nigro nasce a Pistoia il 28 giugno 1917, ultimo di quattro figli; il padre è professore di matematica, la madre figlia di un ufficiale garibaldino. In queste origini sono già presenti due aspetti che connoteranno il suo lavoro: l’interesse scientifico e la passione politica. A questi se ne aggiunge un terzo, lo studio della musica; infatti a cinque anni inizia a suonare il violino e il pianoforte. Nel 1929 si trasferisce con la famiglia a Livorno dove nel 1933, a sedici anni, inizia a dipingere da autodidatta nel solco della locale tradizione postmacchiaiola. Echi della parlata novecentista vengono approfonditi ed esacerbati, sviluppando una ricerca di motivi espressionisti e metafisici. Nel frattempo la formazione scientifica si consolida sino a diventare direttiva di vita: nel 1941 si laurea in Chimica presso l’Università di Pisa, dove è assistente incaricato all’Istituto di Mineralogia sino al 1944, nel 1947 consegue la seconda laurea, in Farmacia, e l’anno seguente è nominato farmacista agli Spedali Riuniti di Livorno. La vita a Livorno durante la guerra, pur limitando gli orizzonti artistici a causa del forte attaccamento alla tradizione della cultura locale, fornirà a Nigro un radicamento degli ideali civili e sociali grazie al clima politico che si respira nella città labronica e porterà a considerare la pittura espressione di sentimenti di ribellione e libertà. Il G.A.M. Gruppo artistico moderno, a cui Nigro appartiene, viene infatti considerato dichiaratamente polemico nei confronti dell’ambiente locale ed ansioso di nuove aperture. Tra il 1946 ed il 1947 la sua pittura arriva istintivamente, come egli sostiene in più occasioni, a una formulazione non-oggettiva; spinto naturalmente dall’esperienza neocubista in atto e dal clima di rinascita culturale che vive in quegli anni, arriva in breve ad un’originale declinazione dell’astrattismo, dinamico e nutrito dalla sua formazione scientifica e musicale. Nel 1948 visita la prima grande Biennale di Venezia del dopoguerra e ha modo di accertare la consonanza di temi ed interessi relativi alla nuova ricerca astratta. Nel 1949 nasce il figlio Gianni. Nel medesimo anno, in dicembre, tiene la sua prima personale alla Libreria Salto di Milano, dove conosce Lucio Fontana e l’ambiente milanese del M.A.C. Movimento Arte Concreta. L’attività di questi anni si lega solo in parte al concretismo sia italiano che internazionale: Nigro infatti propone una linea fortemente individuale, legata alla matrice dinamica futurista della simultaneità e alle iterazioni ottiche a base programmata. Con il ciclo dei “Ritmi continui simultanei” e quello dei “Pannelli a scacchi”, l’artista è consapevole di superare i canoni del concretismo e di una lettura classica e poco chiara delle sperimentazioni suprematiste e neoplastiche. Il lavoro di questi anni trova un immediato consenso internazionale testimoniato dall’invito ai saloni parigini di Réalités Nouvelles del 1951 e del 1952; più incerta la fortuna espositiva in Italia, dove si alternano gli inviti alle più importanti mostre del M.A.C. Movimento Arte Concreta, come quella di Arte astratta e concreta in Italia tenutasi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna Valle Giulia a Roma nel 1951, al rifiuto di importanti rassegne come la Biennale di Venezia o la Quadriennale di Roma. Il suo lavoro in Italia non sfugge comunque ad osservatori attenti come Gillo Dorfles che, nel febbraio 1951, presenta una mostra personale di Nigro alla Libreria Salto e, nel gennaio 1952, include un suo lavoro in un articolo sulla rivista parigina Art d’aujourd’hui . Nel corso del 1952 Nigro aderisce all’associazione romana dell’Art Club, partecipando alla sua attività espositiva per alcuni anni; in qualità di socio corrispondente dalla Toscana ne apre una sezione livornese, presso la Casa della Cultura, organizzando mostre di artisti legati al gruppo, come quelli della Galleria Arnaud di Parigi nel 1953, o presentando egli stesso la rassegna di artisti romani nel 1955. Sempre nel 1952 il primo accenno allo sviluppo ambientale delle sue ricerche: nel gennaio, a Milano, alla Saletta dell’Elicottero, espone un modello per la realizzazione ambientale, con materiale plastico, di immagini dello spazio, e a marzo, a Livorno, alla Casa della Cultura, progetta, per il monodramma Tra le quinte dell’anima di Nikolaj Evreinov, una scenografia con elementi astratti ritmici ambientali.

Sono databili alla fine del 1952, con una ricerca che si sviluppa nel corso del decennio, le prime opere appartenenti al ciclo “Spazio totale”, alle quali Nigro conferisce attenta sistematizzazione teorica con l’elaborazione di scritti, pubblicati tra il 1954 ed il 1955. Si intensificano in questi anni i suoi rapporti con l’ambiente fiorentino, attraverso la partecipazione alle attività della Galleria Numero di Fiamma Vigo. Proseguono inoltre i rapporti con l’ambiente milanese: nel maggio del 1955 espone alla Galleria del Fiore alla mostra dedicata alla sintesi delle arti, che vedrà la nascita del gruppo MAC/Espace, fusione tra il M.A.C. Movimento Arte Concreta e il gruppo francese Espace. Nel 1956 si approfondisce nelle sue opere una tensione drammatica di matrice fortemente espressiva, in parte anche legata alle coeve vicende politiche come i fatti d’Ungheria, che genera la serie delle “Tensioni reticolari” e che lo porterà alla fine del decennio ad una stagione di pittura informale. Nel 1957 viene invitato da Michel Seuphor alla Galleria Creuze di Parigi per una grande rassegna dedicata a 50 ans d’Art Abstrait, e il suo nome comparirà nell’ampio volume di documentazione relativo all’argomento. Nel 1958, abbandonata l’attività di farmacista e le ultime battaglie di campanile per la difesa dell’arte moderna, si trasferisce a Milano per dedicarsi definitivamente solo alla pittura; del 1959 sono infatti le tre personali a Losanna alla Galleria Kasper, a Venezia alla Galleria del Cavallino e a Milano alla Galleria Annunciata. Un anno dopo subisce un grave incidente d’auto che lo allontana per un certo periodo dall’attività artistica. Tra il 1965 e il 1975, dopo aver realizzato, nei primi anni Sessanta, contemporaneamente, una rimeditazione del ciclo dello “Spazio totale” e la serie dei “Collages vibratili”, Nigro sviluppa realizzazioni di scala ambientale, presentate anche alla Biennale di Venezia del 1968, dove è invitato con una sala personale al Padiglione Italiano. Ancorché approdato a questa rassegna internazionale solo nel 1964 grazie all’interessamento di Lucio Fontana, Nigro aderisce alle proteste che caratterizzano questa contestata edizione e copre le proprie opere a poche ore dall’inaugurazione. Nella seconda metà degli anni Sessanta avvia le proiezioni prospettiche progressive minimali del nuovo ciclo, denominato “Tempo totale”, poi “Strutture fisse con licenza cromatica”, accompagnando come di consueto la produzione delle opere a una puntuale riflessione teorica, come dimostrano il catalogo della mostra del 1966 a Milano alla Galleria Rizzato-Withworth e il lavoro critico svolto con Carla Lonzi e Paolo Fossati, che dà i suoi frutti nella prima pubblicazione monografica sull’artista edita nel 1968 a Milano da Scheiwiller. A partire dalla metà degli anni Settanta iniziano le sue indagini su quelle che definisce i “Concetti elementari geometriche della metafisica del colore”, che presenterà alla Biennale di Venezia del 1978 con l’opera in dieci elementi Ettore e Andromaca. L’anno seguente, in occasione di una grande mostra personale al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, realizza sulle pareti dello spazio espositivo una sequenza di graffiti legati all’analisi posizionale della sezione aurea. Iniziano così le sue ricerche sull’”Analisi della linea”, che nel 1980 assumono la forma drammatica del “Terremoto” mentre nel 1982 l’artista presenta alla Biennale di Venezia l’opera Emarginazione. L’anno successivo la linea interrotta viene sensibilizzata attraverso la sua metamorfosi in sequenza di punti, dando vita ai cicli successivi dell’”Orizzonte” e delle “Orme”. Nel 1984 il Comune di Pistoia gli dedica una grande mostra antologica, mentre nella seconda metà del decennio, nelle serie dei “Ritratti” e dei “Dipinti satanici”, si ripresenta nel suo lavoro un’espressività sempre più accesa, costantemente in relazione con una visione scientifica tutt’altro che narrativa o descrittiva, esplicitata in direzione più rarefatta nei cicli dei primi anni Novanta, le “Meditazioni” e le “Strutture”. Mario Nigro muore a Livorno l’11 agosto 1992.