Liu Ruowang: Wolves coming to Florence

13 Luglio - 2 Novembre 2020

Nella notte del 13 Luglio 100 lupi di Liu Ruowang vengono trasportati da Napoli a Firenze, invadendo gli spazi architettonici Rinascimentali di Piazza Pitti e Piazza SS. Annunziata.
Il simbolismo del lupo ha un duplice aspetto: l’uno aggressivo e minaccioso, l’altro benefico, che lo eleva a portatore di conoscenza.
Nel buio di un mondo artificiale che pervade e insidia la natura, i lupi vedendo si orientano e muovendosi con ferocia tra gli spazi urbani, avvertono e guidano verso la consapevolezza la specie umana.
In Piazza SS. Annunziata, il branco di lupi attornia un guerriero, che malgrado le sue forme monumentali, le quali si gonfiano come a sfidare i contorni della materia, sembra apparirci debole e impotente.
L’uomo contemporaneo con la tecnica si erge a Creatore, domina e distrugge la natura. La tragedia dell’uomo, come preconizzava Spengler già nel 1931, sarà causata da questa fatale scissione tra l’uomo e l’universo.
Il branco di lupi fa da monito all’umanità, rivendicando la potenza superiore del macrocosmo Natura di cui troppo spesso sembriamo dimenticarci.
L’aggressività, la resistenza, la forza e la protezione del ferro, in cui sono realizzate le sculture del peso di 280 kg ciascuna, si propagano creando una tensione scenica, spezzando l’ordine armonioso degli ambienti architettonici. Viene naturale ora comprendere la collocazione dell’installazione a Firenze, costruita su una visione antropocentrica del mondo caratteristica dei secoli XV- XVI.

Far rinascere l'armonia

 

Anche la Cina ha avuto il suo Rinascimento, ma quattro secoli prima del nostro. È attorno all'anno Mille infatti che una schiera di intellettuali con attitudini tecnocratiche, spirito mondano, dedizione per la scienza e culto dell'antico s'insedia nel cuore della burocrazia dell'impero. Dal nome della dinastia che reggerà le sorti della Cina fino all'inizio del Milleduecento, questi umanisti ante litteram verranno poi chiamati letterati Song. Saranno loro a far rinascere l'interesse per i testi del passato: i "classici" del confucianesimo, anzitutto, ma anche i libri fondamentali della matematica e della medicina tradizionale, restaurati con perizia e studiati con criteri sorprendentemente filologici.

I letterati Song sono portatori di una nuova concezione dell'intelletto, meno rigida e assertiva, quasi disancorata da un ferreo principio di autorità. Il criterio che orienta la loro azione è quello del ge wu, ovvero dell'indagine sulle cose, e sulle cose della natura in particolare. È in epoca Song che giunge al suo apice lo stile shan shui, una formula pittorica il cui nome letteralmente significa montagna fiume e, in accezione estesa, paesaggio. Orizzonti profondi, creste montuose sfumate e atmosfere nebbiose sono le costanti di una modalità espressiva in cui la natura non va rappresentata, ma evocata nel suo substrato energetico più profondo, allo scopo di porre in sintonia con essa lo spettatore dell'opera.

François Jullien, il filosofo occidentale che ha compiuto le indagini più feconde sulla cultura cinese, ha messo in luce una differenza nodale tra "i due Rinascimenti". Mentre l'Europa del Quattrocento cerca di individuare all'interno della natura delle strutture geometriche, dei moduli compiuti ed esemplari sulla quali impostare l'arte e l'architettura, la Cina guarda al paesaggio come un flusso inarrestabile, una dimensione quasi indistinta al suo interno. Quando, sulla base di uno studio minuzioso delle proporzioni naturali, Filippo Brunelleschi progetta lo Spedale degli Innocenti, Palazzo Pitti e gli altri edifici con cui, di fatto, avrà inizio l'architettura moderna, l'arte cinese, ormai entrata nell'era Ming, si sta anch'essa interrogando sulla necessità di darsi dei canoni di fondo lasciando però che il paesaggio domini la scena nella sua intatta inafferrabilità. Il Quattrocento peraltro è 

il secolo dell'incontro ufficiale tra la Cina e Firenze attraverso una misteriosa missione diplomatica dell'impero Ming nella città denominata Fulin, e talvolta Farang, già descritta in varie cronache di epoca Yuan come un luogo vitale e cruciale per il destino dell'Occidente. In quel secolo il dibattito culturale di Fulin, permeato di neoplatonismo, ruota attorno a quel concetto di armonia su cui, con altre sfumature di senso, la cultura cinese ha imperniato il proprio rapporto con il reale, e con la natura in particolare.

La perdita di questa armonia, e le sue conseguenze nefaste per la sorte dell'uomo e del mondo, è il dato sotteso a tutto il lavoro di Liu Ruowang. Si tratta di un evento tragico che accomuna Occidente e Oriente, popolazioni e culture dell'Ovest così come dell'Est, per le quali la natura non è più una dimensione alla quale appartenere, ma un ambito da possedere. Eccolo l'Original Sin al quale l'artista ha dedicato una serie di conturbanti sculture: il peccato originale sta tutto nell'aver capovolto il rapporto con il mondo naturale, assoggettandolo a un dominio che non può che suscitare una rivolta dall'esito distruttivo.

I lupi di Liu Ruowang, secondo una vivida definizione di Luca Massimo Barbero, sono degli "agitatori di coscienza" che mirano a far sorgere un'inquietudine profonda in chi vi si imbatte: tanto più se l'incontro avviene sullo sfondo di un architettura che testimonia un mondo senza (ancora) il peccato, una realtà impostata sull'idea di armonia. Perché la coscienza possa essere "agitata", tuttavia, è necessario che rinasca, magari proprio misurandosi con la cultura del Rinascimento.

Roberto Borghi